Ugo Giletta è un artista autodidatta, cresciuto a San Firmino, una piccola frazione del comune di Revello, il paese nativo del futurista Fillia, vicino a Saluzzo, nella fiera e laboriosa “Provincia Granda” piemontese. Della sua terra conserva la stessa concretezza e serietà che applica nel lavoro artistico e che, come un umile artigiano, porta avanti da ormai più di venticinque anni.

L’arte si è presentata anche a lui, come a tutti gli artisti, quale una necessità, un’impellenza espressiva che inizialmente, forse per la sua impazienza, ha assunto le forme di una pittura, informale ed espressionista.

Negli ultimi dieci anni, Giletta ha sperimentato la scultura, l’installazione e il video, ed è approdato a una pittuta che si potrebbe definire di meditazione, dove il gesto ha perso violenza e immediatezza e ha invece acquisito una maestria formale che si esprime più nel togliere che nell’aggiungere, dando la sensazione di una dilatazione temporale del tratto pittorico come pure della percezione visiva dello spettatore. Si tratta di qualcosa di immediatamente intuibile di fronte agli acquerelli che raffigurano grandi volti diafani, che sembrano emergere dal fondo bianco della tela: il tempo sembra essersi fermato, la tela preparata a gesso appare come una superficie ghiacciata e questi volti delicati e tristi sembrano ibernati, intrappolati nelle pagine scolorite di una storia che il mondo sta per dimenticare.

Giletta dice di aver spesso accostato alle sue opere non figurative una fotografia, un’immagine del passato di una persona sconosciuta, ma a questo rispetto e amore per le cosa antiche, come la sua vecchia casa di campagna in cui è nato e cresciuto e di cui si prende cura, egli unisce uno sguardo sorprendentemente moderno e quasi avveniristico.

Le sue sagome bianche sembrano cloni, esseri tutti uguali e senza identità, ancora intrappolati nell’angosciosa condizione umana ma proiettati verso un futuro che l’arte prevede da anni post-umano (basti pensare ai manichini di Charles Ray, agli esperimenti genetici di Matthew Barney).

Giletta incarna il dilemma del presente, di un mondo dove il vintage è di moda solo nell’abbigliamento e il passato è negletto, rifiutato in quanto sinonimo di invecchiamento, di imperfezione, mentre il contemporaneo è desiderato e corteggiato perché giovane, sempre più giovane e senza ingombranti radici.

Questo artista che, come dice Nico Orengo, è “uomo di terra, che conosce stagioni e geografie, viottoli di campagna, sentieri di montagna, greti di torrenti e la pietra del Monviso”, è stato sedotto dalla poesia di Rilke, dalla filosofia di Nietzsche, di Levinas e Bataille, ma ha saputo concretizzare queste suggestioni in un’arte fatta di amorevole cura per la materia pittorica, che egli afferma essere la nobiltà delle espressioni artistiche.

 

Bibliografia:

N. Orengo, Il salto dell’acciuga, Einaudi Editori, Torino 1997.

AA.VV., Volti, Galleria Il Prisma, Cuneo 2003.

G. Curto (a cura di), Genius Loci, Castello di Racconigi, Racconigi (CN) 2004.

G. Curto, G. A. Farinella (a cura di), 20 Proposte XX, Regione Piemonte, Torino 2005.

N. Mangione, N. Orengo (a cura di), La bicicletta di Jarry, Galleria Gianpiero Biasutti, Torino 2005.

 

 

Ugo Giletta

In the last decade Ugo Giletta has experimented with sculpture, installations and video, and has set his sights on a meditative painting style. Here the action has lost its violence and immediacy and has taken on a kind of formal mastery, which expresses itself  better in what it removes than what it adds, giving a sensation of temporal dilation of the painting. It takes the form of something that is immediately apparent from  the watercolours depicting large transparent faces, which appear to emerge from the white background of the canvas itself: time seems to have stopped, the chalk-treated canvas looks like a frozen surface and these delicate and sorrowful faces appear almost hibernated and trapped in the faded pages of a story that is about to be forgotten by the world. Giletta embodies the dilemma of the present, of a world in which the past is rejected as being synonymous with age, and imperfection, while what is modern is desired and courted for being young and free of any tiresome roots.Questo artista che, come dice Nico Orengo Qnjhqq