I volti di Ugo Giletta svelano o nascondono?

Sono l’impronta, labile e al tempo stesso scultorea, come ciottoli e pietre di fiume, di migrazioni notturne di mai nati? Procedo per interrogativi, come accade quando davanti si ha qualcosa che è fatto per sfuggire, e ci impone la sua ambiguità come un dato primario. Come un fatto da interpretare, prima ancora che estetico o tecnico: mi colpiscono, o non mi colpiscono quei volti, di cosa sono fatti?

Chi e cosa sono? Sono queste le domande che mi sono immediatamente venute, quando li ho visti per la prima volta.

So che Giletta legge Levinas, Nietzche, che studia il nichilismo, i testi di Baudrillard. Ma per me Giletta rimane un uomo di terra, che conosce stagioni e geografie, viottoli di campagna, sentieri di montagna, greti di torrenti e la pietra del Monviso.

Cerco allora di non farmi ingannare da un suo intellettualismo con il quale vorrebbe ridurre una, da lui, presupposta distanza fra periferia e centro, fra provincia e città. E quando guardo i suoi lavori provo sempre a riportarli, a riferirli, al cuore e alla sincerità della sua esistenza: alla grande cascina di San Firmino, dove ha vissuto infanzia e adolescenza, dove ancora ha il suo studio e lavora.

Così quelle <macchie d’esistenza>, quei <fantasmi>, quegli sguardi privi di luce, o che acquistano la luce dagli occhi di chi guarda, mi diventano presenze alle quali riesco a dare memoria e consistenza. Una memoria e una consistenza che sa di semiveglia e calura che offrono visioni, di umidità che disegna i suoi percorsi sulle pareti delle grandi stanze, di racconti dell’orrore fatti nelle stalle, di incubi notturni mentre la nebbia cancella campagna e pareti, e l’anima e il corpo galleggiano su confini privi di nome.

Mi diventano strappi in vecchie carte da parati, fotografie di parenti defunti,immigrati, illuminati da un lampo di temporale o da una candela inquieta sotto lo spiffero di una finestra che chiude male.

Ma forse non basta, perché se i volti di Giletta sono, per me, un album di famiglia, la sua ricerca è più aperta, più ampia. C’è una disponibilità ad accogliere un <altrove> senza fine, un altrove che, mentre offre le sue ombre, si rifà di continuo. E’una folla di ombre che fluttua fra passato e futuro, un mondo parallelo di pellegrini senza domande rinchiusi in un continuo stupore, esseri vaganti su una gran terra desolata, un limbo che si estende, volto dopo volto.

Giletta lavora sul concetto di identità? Certamente, e se penso alla folla parigina di Baudelaire, lui può dire di pensare a quella newyorchese di oggi. In entrambi i paesaggi  la folla di volti ha perso l’urlo munchiano del dolore e dell’esistenza.Quei volti non coprono e non svelano. Sono così: hanno l’identità della non identità.

Ma io ho bisogno di una storia per guardarli, per collegarli l’uno con gli altri. Così non posso non pensare al Monviso e alle sue migliaia di esistenze che lo rodono al suo interno, alle migliaia di pietre che rotolano dai suoi fianchi finendo nel Po. E lì, da sotto il lenzuolo d’acqua, mostrano il loro assurdo stupore. Quello stupore che Ugo Giletta raccoglie su tela e carta e ci offre con un incanto misterioso.

 

Nico Orengo

 

 

Torino li: settembre 2003