Francesco Tomatis

Donde sei volto? La pittura trinitaria di Ugo Giletta

 

 

        Il sistema e percorso pittorico di Ugo Giletta non è a ciclo chiuso, non solo perché inconcluso. Non solamente per la reiterazione dello stesso in infinite sfumature nei principali soggetti da lui eletti: la forma, i corpi, i volti, ma soprattutto in quanto essi stessi aperti, singolarmente e assieme, a un altrove assente ed epifanico assieme. In Giletta ci troviamo immessi in una dimensione di pittura trinitaria la cui comunione di distinti è sovrasostanziale, va al di là, senza essere, delle singole persone-dimensioni-azioni e persino delle loro infinite, per quanto non sempre visibili, interrelazioni. Ma di trinitarietà profonda si tratta, senza intenzioni dissacranti né santificazioni.

        Perché parlo di pittura trinitaria, forse estremamente cristiana, in Giletta? Il suo cammino pittorico inizia figurativamente con le opere giovanili, in cui predilige i corpi di donne e uomini, senza volto spesso, in quanto coperto dalle chiome nei soggetti femminili, nei maschili poiché perlopiù visti di spalle. In entrambi comunque i corpi mostrano una carnalità mortale: viva tuttavia in rapido consumo, muscolare ma non per questo gloriosa, marcatamente ombreggiata dalla patina del tempo benché vitale, plastica, dinamica, erotica.

 

     

Opere giovanili (Particolare)

 

Questi corpi verranno rielaborati negli acquarelli più maturi di corpi erotici femminili, anch’essi evidentemente mortali anche allorquando estremamente erotogeni, moventi, sensuali, accoglienti e datori di vita. Nella corporeità erotica umana, femminile per eccellenza in quanto vitale perché generatrice di vita, pluripotenziale anche se mortale, éros e thánatos si danno assieme.

 

        Viviamo con Giletta la rapidissima, istantanea concretizzazione viva e colorata di un fluido erotico vitale eccedente sempre la sua concrezione mortale, per questo segnata dalle ferite e ombre del tempo anche e proprio quando senza spazio né futuro né passato, ora presente in nessun luogo, per indurci in commozione. Non possiamo non chiederci se siamo di fronte all’umile, mortale incarnazione di un’energia divina in accoglienti corpi femminili esposti fino al consumo e alla devastazione. E l’incarnazione è il primo mistero di accesso cristiano all’umano-divina dimensione. Immoti danzano corpi femminili seducenti eppure ripugnanti, erotici e mortali, sensuali e scarni, segnati dalla consumazione temporale ma anche innescanti vitalità e vita viva. Sempre parzialmente coperti di vestiti, panneggi colorati, seminudi ma senza volto visibile, o del tutto fuori pittura oppure nascosto dalla chioma, soltanto in un caso forse osservabile per tre quarti di sfuggita, tuttavia intuibile solo al modo quasi umbratile dei gilettiani volti.

         

        Eccoci dunque all’altro grande soggetto della trinità gilettiana, accanto alle femmine, o corporeità erotica mortale, i volti, anch’essi acquarellati, ma con tratti su carta bianca diafani, appena emergenti dal vuoto, nella infinita, quasi ossessiva ricerca dello stesso nei molti, differenti umani. Come sostenuto dall’artista stesso, qui siamo sulla sottile linea d’ombra fra maschera e ritratto, simbolo e rappresentazione. Direi che questa stretta striscia di terra fra roccia e fiume, meramente esistente, primissima apparizione di vita umana e forse sua possibile ultima significazione, prima di sparire, non possa esser non dico compresa e transitata, ma semplicemente lambita, accolta, senza vederla accanto ai corpi e, in terzo ma primissimo luogo atopico, se non come indifferenza positiva fra l’abissale vicinanza di corpi e forme, altro originario soggetto pittorico di Ugo Giletta.

        A testimoniare la trinitarietà circolare, eppure aperta a un quarto impossedibile e intransitabile, della pittura gilettiana, non possiamo già qui accedere direttamente ai volti, ma dobbiamo necessariamente fare un passo indietro, in quel senza tempo né luogo, del vero soggetto originario di Giletta, la forma. Tutto il primo periodo e la originaria dimensione pittorica successiva alle opere giovanili è dedita all’unico per eccellenza, detto forma simbolica, forma, infine in sue variazioni anche riforma. La forma di Giletta è un graffito monolitico originario. Disegnata a grafite su sfondo monocromatico, nella sua netta unicità, tagliente e creativa, originaria e stagliantesi sul nulla oscuro, essa ci mostra simbolicamente, quindi in modo estremamente sensibile, meta-fisicamente empirico, l’unico in molti modi, a originare e captare assieme l’originaria luce in minime, infime, infinite rifrazioni della sua compattissima, irrevocabile tessitura creativa. Qui il significato è il significante stesso (una roccia o pietra monolitica? l’asse del cosmo fra terra e cielo all’origine acuta, ferente il nostro mondo?) nonché il segnante il segno dell’artista: la mera grafite della matita maneggiata.

 

 

        Nella forma, rigraffiata in infinite variazioni dello stesso, tanto più formata e riformata incessantemente quanto più invisibile nel suo volto inaccessibile, abbiamo il simbolo dell’unico, pilastro dell’universo mondo, acuto monolite dinamico, graffito originario, eternamente prima di ogni pur preistorico graffito rupestre o sacro monolite, più acuto e svettante di tutte le guizzanti cime del pianeta o di altri astri e mondi. Per fare un accenno biografico, una vetta inaccessibile nel suo volto più severo o ridente, abissale, eppure monte visibile nelle sue sfumate linee e inesauribili energie, come il Vesulus pinifer, il Monte Viso alla cui ombra Giletta cerca la luce ultima e prima nella pittura. La sua forma simbolica è lo Yang puro, originaria luce propriamente senza forma, azione creativa prima inesauribile, eppure già simbolo, cioè prima faccia visibile dell’innominabile e intransitabile e immemorabile inizio o via, maschera simbolica dell’unico, nemmeno dicibile Dio.

        Giletta graffia qui pazientemente e rapidamente assieme, fuori del tempo e in un tempo infinito, lo spazio vuoto, oscuro, con raggi umili, terreni, vibranti, ma forti, rocciosi, litici. Il guizzo originario che ne viene è eterno e dinamico assieme, unico o fonte di ogni creazione, netto da un lato, sia per via della linearità del suo limite e del pieno colore, sfumato dall’altro per la soffiata curvatura fecondatrice e le sfumature del tratteggio, calorosi movimenti creativi ex nihilo, attraversato in un perenne lampo atopico dalla punta acuminata. Poi a un primo gruppo di forma unica, ecco che si affianca la riforma, forma che ha già visto nascere un cosmo luminoso grazie e accanto alla sua forma creatrice stagliantesi sul nulla scuro. Oppure, altro gruppo più onirico o mentalmente costruito, la forma in sospensione sulla foto di una altrettanto originaria bambina.

 Questa è simile alla sophía veterotestamentaria, verginea possibilità di ogni futura creazione, coeterna all’unico prima della creazione e non altra dall’unico benché distinguibile forma dalla forma simbolica, addirittura ritrattistica raffigurazione, immediata immagine, fotografia diretta dell’innocente pluripotenziale volto. Circolarmente, senza costrizione, siamo rinviati alla matura raffigurazione, ai ritratti, senza volto, della corporeità femminile eroticamente mortale, ma anche, secondo uno sdoppiamento del puro volto eternamente originario della infante bambina, agli asessuati volti afigurativi, non ritratti, ma nemmeno maschere simboliche, puramente essenti senza essere quasi visti né rivolti ad alcuno spettatore.

        Come i corpi femminili, eroticamente mortali, i volti di Giletta sono acquarelli su carta o tela, a rendere la pelle nuda, la nuda vita, eternizzata pur nella sua mortalità, esistenza senza perché, di cui mostra semplicemente che è. Ma l’acquarello non dona soltanto, istantaneamente fissato, l’apparire mortale, umbratile, lo espone anche, diafano, a una luce altra, giunta da nessun dove, di cui sono eroticamente energizzati i corpi, da cui emergono i volti. Dalla purissima, prima roccia silicea, iniziale grido pietrificato nel movimento eterno di cre-azione, scaturisce pura l’acqua che dà vita, senza volto e senza figura, eppure grazie alla originaria forma e in corpi mortali e volti spirituali. Rispetto al puro Yang della forma monolitica originaria, maschera senza forma, simbolo dell’unico creatore del cosmo, nonché al puro Yin delle delineate raffigurazioni corporee femminili, erotiche fino alla morte, formose eppure scarne, ritratte ma senza volto, rappresentazione dell’energia umana nel mondo, i volti possono vedersi intuitivamente né YinYang, e Yang e Yin, fra Yin e Yang, come acutamente delineato da Giletta a metà tra ritratto e maschera, simbolo e rappresentazione. Similmente all’oracolo di Delfi, secondo Eraclito, il volto né dice né nasconde, semaínei, significa, fa cenno senza orientazione.

 

        Se acuta si espande come un grido di pietra la cre-azione, unica formante forma primordiale, accoglie per prima l’acqua, molle e mobile, la vita, in corpi in tensione ad accogliere ogni guizzo energetico, ma anche in spiritualizzati volti umani giunti dall’unico, da cui sono, benché non più ad esso rivolti, ma senza consolazione. E’ la prima traccia dell’uomo, la cellula organica primitiva fra roccia e corpo, inizio e incarnazione, un antropico uovo cosmico a rivelare l’epifania dell’unico nei molti, negli infiniti differenti volti dell’universo nostro mondo. I volti di Giletta sono teste spesso senza orecchie e chiome, solo con cinque macchie o scuri fori per occhi, narici e bocca: cinque spazi elementari, a definire umbratilmente un ovale immortale. Alcuni poi replicano concentricamente il volto, quasi a renderne ancora più flebile l’eco della inespressa voce.

        Quasi a occhi chiusi o privi di visione, senza olfatto o gusto, tantomeno sensibilità o udito, senza senso e senza sensi, i volti gilettiani non sono volti verso qualcosa, un fine o un dove, né rivolti a qualcuno che li veda, ma da un nessundove e un nessuno volti: participio eternamente passato, senza tempo né partecipazione, flebile ipostasi poco più che acquatica e insufflata, volti come nuvole, di mera vita umana, senza perché infinitamente interrogativi, inquietanti ogni visione. Sindoni infinite, epifanie invisibili, diafane vuote apparizioni, poco più che ombre o aure spirituali, angeliche persone – tanti i divini nomi di siffatti volti elementari degli uomini, dell’androgino originario riflesso in differenti esistenze prima di ogni sessuale e razziale, temporale e personale in-formazione.

        Ritroviamo questi volti anche nelle sculture di Giletta, a elevare come leggeri palloncini al cielo scarni scheletri fatti di filamenti metallici ritorti.

 

 

Oppure nei video, ove la motilità facciale è fissata in eterno, nel perfetto télos del fermo immagine reiterato, ad ogni sussulto od emozione, indugio o vibrazione, mentre il corpo è dinamicamente erotico senza scopo, né quieta glorificazione, se non nella sua pesantezza mortale, cadaverica, sino alla nuda deposizione. E’ comunque propriamente nei volti che, universale singolari, spiriti santo, purissimi nell’indifferenza fra potenza e atto, infine e senza fine la nostra inquietudine sola si apre all’unico, anche se senza sensi, certezze, intellezioni.

        In essi possiamo stupire a vuoto, toccare senza mani, amare incorporali, e rivolgere lo sguardo rigirato dal cosmo a penetrare, intuire meta-fisicamente l’incarnazione nelle corporeità femminili come figlie dell’unico, amore più forte della loro morte poiché invisibile a-mors del corpo trasfigurato, dia-fano, che ne immortalizza divinamente la mortalità nell’amore eroticamente suscitato, non più necrofilmente limitato. Ma allora ecco il guizzo dell’unico nella singola femmina, figlia non unica dell’uno, nel corpo mortale eroticamente trapassata dall’uomo e invisibilmente trasfigurato: il volto singolare e il graffito originario sono tragicamente assieme, uniti nonostante la dia-ferenza abissale, radicale, dicono distanti come visi e pareti di vette le più elevate: unum sumus, uno siamo. L’atto puro eternamente unico e la molteplicità differenziata dei volti, ciascuno stesso, ipse, perché infinitamente vibrante delle altrui variazioni, mostrano l’unità nella stessa mortale lacerazione, eroticamente potenziale come raffigurato nei mobili corpi femminili. Quell’originaria bambina pluripotenziale è nuovamente accanto alla forma-graffito unico. Non più visibili entrambi, restano l’originario giudizio, Ur-theilung, dell’inunibile unione e separazione mai congiunta né eternizzata fra volto e corpo, essere e pensiero, spirito incarnabile e incarnazione divinizzabile. La stupore per il mero che del volto, la meraviglia terribile di fronte alla mortale bellezza del multiforme e pluricolore corpo non sono che la stessa comunione trinitaria, accomunante ogni distinta dimensione: e forma-graffito unico affiancato dalla bambina rispecchiante la creazione e figlie corporee e volti-spiriti santo, a stupire ignorantemente di vertigine, sospesi su un inizio purissimo ancora sempre intuibile, a occhi chiusi, nero e bianco e multicolore assieme.

 

 

 

Bibliografia

 

F.W.J. Schelling, Filosofia della rivelazione, [1841-1845], Bompiani, Milano 20023.

P. Florenskij, La colonna e il fondamento della verità, [1914], Rusconi, Milano 19982.

P. Florenskij, Lo spazio e il tempo nell’arte, [1925], Adelphi, Milano 1995.

M. Cacciari, L’Angelo necessario, Adelphi, Milano 1986.

M. Cacciari, Dell’inizio, Adelphi, Milano 1990.

U. Giletta, Che peccato tu non possa assistere a questa felicità, Il Fondaco, Savigliano 2007.

U. Giletta, Breve storia, inedito.

N. Orengo, Il salto dell’acciuga, Einaudi, Torino 1997.

AA. VV., Ugo Giletta. Volti, Il Prisma, Cuneo 2003.

P. Coda-M. Donà, Dio-Trinità tra filosofi e teologi, Bompiani, Milano 2007.

F. Tomatis, Kenosis del logos. Ragione e rivelazione nell’ultimo Schelling, Città Nuova, Roma 1994.

F. Tomatis, F.W.J. Schelling. Invito alla lettura di, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004.

F. Tomatis, Filosofia della montagna, Bompiani, Milano 2005, 20084.

F. Tomatis, Come leggere Nietzsche, Bompiani, Milano 2006.

F. Tomatis, Dialogo dei principi con Gesù Socrate Lao Tzu, Bompiani, Milano 2007.

 

 

Francesco Tomatis, nato a Carrù (Cuneo) nel 1964, è professore ordinario in filosofia teoretica all’Università di Salerno e istruttore di Kung Fu classico cinese della Scuola Chang. Collabora con “Avvenire”, “La Rivista del Club Alpino Italiano”, “Ousitanio Vivo”. Ha pubblicato: Kenosis del logos (1994), Ontologia del male (1995), L’argomento ontologico (1997), Escatologia della negazione (1999), Pareyson (2003), Filosofia della montagna (2005), Come leggere Nietzsche (2006), Dialogo dei principi con Gesù Socrate Lao Tzu (2007).